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UDC Ticino

Editoriale Il Paese - Ueli Maurer non è impazzito

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Biasca, 17 marzo 2012. Il consigliere federale Ueli Maurer, in attesa d’iniziare la sua conferenza, si presta gentilmente a un’intervista di un giornalista del “Corriere di Como”, alla quale assisto di persona fungendo da interprete. Fra le domande sui rapporti fra Svizzera e Italia, il giornalista accenna a uno scenario che sembra diventare abbastanza popolare negli ultimi tempi fra la gente della Lombardia, quello di una secessione parziale o totale della regione italiana per aderire alla Confederazione elvetica. Risposta: sorriso a trentadue denti, per non dire un accenno di risata e la battuta “Per la Svizzera non sarebbe un problema” con l’aggiunta poi di “Naturalmente non è molto realistico”. Nel prosieguo di quella che era più una chiacchierata alla buona che un’intervista, Ueli Maurer accenna al fatto che “i rapporti con le regioni confinanti sarebbero più facili, che non dovendo passare da Roma o addirittura Bruxelles. E il discorso vale per la Lombardia, ma anche per la Baviera, il Baden Württemberg o il Voralberg”. E così di seguito, la chiacchierata continua. Fra una traduzione e l’altra, colgo pure l’occasione di far notare al giornalista come la Svizzera non sia un paese con velleità espansionistiche e che un’annessione dell’intera Lombardia alla Svizzera sia un’assurdità, non fosse che per la vastità del territorio e le dimensioni della popolazione superiori a quelle dell’intera Confederazione.
Intervista terminata, grazie e arrivederci.
Qualche giorno dopo vengo invitato a una trasmissione di “EspansioneTV”, una televisione privata via cavo comasca, strettamente legata al “Corriere di Como”. E qui colgo le prime avvisaglie di un polverone per me del tutto inaspettato, suscitato non dall’intervista a Ueli Maurer, bensì dalla sua strumentalizzazione mediatica operata dal giornalista. Mi si presenta infatti l’articolo che quest’ultimo ne ha tratto, dal quale si trae l’impressione che quella di Ueli Maurer non sia stata una “boutade” in risposta a una domanda provocatoria bensì, da parte svizzera, di una proposta, neppure tanto velata, di “Anschluss” della ricca regione italiana. Proposta cui la paternità attribuita a un ministro elvetico dà praticamente il crisma dell’ufficialità. Praticamente, si lascia intendere che la Svizzera vorrebbe annettersi la Lombardia e, per buona pesa, anche la Baviera e il Baden Württemberg. All’articolo fanno seguito blog su Internet, interventi di personalità politiche italiane, perlopiù leghiste, e addirittura una petizione a favore dell’utopico progetto che in pochi giorni raccoglie 16'000 firme. E perfino la NZZ am Sonntag trova opportuno dedicarvi un articolo di quattro colonne, facendo intendere – con velato biasimo – che, con la sua battuta, il ministro della difesa avrebbe fomentato le velleità secessionistiche della Lombardia nei riguardi dell’Italia (l’articolo è effettivamente apparso nell’edizione della NZZ dell’1.04.2012 – c’è da sperare quale pesce d’aprile!).
Essendo stato presente all’intervista, posso testimoniare che il nostro consigliere federale non è improvvisamente impazzito e non ha fomentato alcunché. Le velleità secessionistiche delle regioni nord-italiane, la Lombardia in particolare, sono latenti e addirittura la Lega Nord ne fa un cavallo di battaglia in alternativa al federalismo. In questo aiutata da testate come il “Corriere di Como” che, per ottenere lo scopo, non esitano a decontestualizzare o addirittura a modificare delle frasi espresse in buona fede da un ministro straniero. A fomentare i rigurgiti di secessione – sulla cui legittimità e ragionevolezza sono peraltro, a titolo personale, perfettamente d’accordo – è la stampa locale, e lo fa purtroppo scorrettamente nei riguardi del nostro ministro della difesa che altro torto non ha, se non quello di essere sempre estremamente disponibile con il non sempre meritevole quarto potere.
Maurer, nella chiacchierata in questione, ha detto anche altre cose interessanti, ma forse non altrettanto esplosive dal punto di vista mediatico. Ha detto, per esempio, che il dialogo fra regioni limitrofe permetterebbe di meglio risolvere i problemi che non i negoziati bilaterali fra Berna e Bruxelles. Purtroppo, dico io, ci si è messa di mezzo l’Unione europea che, per risolvere un problema fra Bellinzona e Como, pretende di avere l’approvazione non solo di Roma – che a volte sarebbe già fonte di difficoltà – bensì anche di Varsavia, Atene e Bucarest.
Nell’intervista, Ueli Maurer non ha auspicato il disfacimento dell’UE, quello lo faccio io che non sono vincolato da ragioni di Stato. E, verosimilmente, lo fa buona parte della popolazione dell’UE cui mai è data la possibilità di esprimersi in un referendum. Maurer si è solo espresso per due livelli di trattative e decisioni: uno, per i problemi importanti di carattere internazionale, con Bruxelles e l’altro, per temi che toccano soprattutto le realtà locali, direttamente fra Berna, o addirittura fra il cantone direttamente interessato, e la regione straniera limitrofa.
Peccato che, a mio avviso, ci sono due presupposti indispensabili per realizzare questa situazione:
1.Gli Stati membri dell’UE devono riconquistare la propria autonomia negoziale (se ciò debba significare lo smantellamento dell’UE o una parziale revisione dei suoi statuti, lo decidano loro).
2.La Svizzera deve denunciare gli accordi bilaterali con l’UE e semmai, ma non è indispensabile a mio avviso, rinegoziarli in forma più favorevole ai nostri interessi.

Ambedue i punti non sono un’utopia, basta in fondo che la classe politica dei singoli Stati membri dell’UE e della Svizzera si rendano finalmente conto che gli accordi bilaterali allo stato attuale portano più inconvenienti che svantaggi, ma la loro realizzazione non è certamente per oggi o per domani. Con addirittura lo spettro sempre incombente di un’adesione della Svizzera all’UE, che la sinistra non smette di riproporre a periodi regolari.
Si disferà l’Unione europea, prima che la Svizzera vi aderisca? Fintanto che ci sarà l’UDC (unico partito) a combattere per la nostra indipendenza, ci sono buone speranze.

Eros N. Mellini